Intervista a Raphael Giussani, autore del libro "BASTA! Io non sono la mia malattia"

Abbiamo chiesto a Raphael Giussani, autore del libro "BASTA! Io non sono la mia malattia", come fosse nata l'idea del libro, quali fossero stati gli obiettivi che si era posto nello scrivere il libro e più in generale quali fossero i temi trattati.

Ecco cosa ci ha risposto.

"Ho provato a raccontare la mia esperienza personale affrontando alcune tematiche legate al concetto di DIVERSITÀ e alla impropria costante associazione OMOSESSUALITÀ-AIDS.
Ho narrato la mia devastante scoperta della malattia, riflettendo sull’operato di quel personale sanitario saturo di preconcetti e privo di reale professionalità assistenziale.
Questo bizzarro progetto, realizzato senza alcuna ambizione letteraria, vuole essere un’estensione dell’arduo lavoro di coloro che, da molti anni, cercano di abbattere i muri eretti dall’opinione pubblica e dal
bigottismo, capaci di mietere più vittime dello stesso virus.
Vuole essere un modo indiretto per esprimere la mia riconoscenza a chi mi è stato vicino, offrendomi conforto, sostegno, protezione, smorzando paure ed ansie durante nottate insonni o durante l’attesa del referto degli esami medici effettuati.
Vuole essere un’occasione per mostrare una “grigia” situazione di malattia , compresi gli eventi ad essa collegati, attraverso un’insolita lente colorata, utilizzando cioè una diversa ma sincera chiave interpretativa.
Vuole essere un modo per continuare a parlare di una tematica conosciuta ma troppo spesso messa da parte perché capace di spaventare, di disorientare o di richiedere una coraggiosa presa di posizione.
Vuole essere l’espressione di una immensa gratitudine per chi ha saputo strapparmi un sorriso o per chi è stato addirittura capace di farmi ridere di gusto, benché fossi febbricitante e privo di energie.
Quando si soffre, i momenti di leggerezza e di allegria sono incredibilmente terapeutici e possono perfino produrre piccoli miracoli.
Proprio così! Tra una battuta divertente ed una risata imprevista ma irrefrenabile, può nascere la voglia di reagire, di ricominciare a fare programmi, di provare ad uscire da quell’abisso di sconforto che la malattia può dare.
Vuole essere un invito alla prevenzione, alla tutela della persona e della sua dignità, uno stimolo alla condivisione ed al rispetto di ciò che non si conosce o che si vuole ignorare.
È pura crudeltà trattarci come bestiame da rinchiudere in un recinto di ipocrisia; è disumano LIMITARSI a inserirci in un routinario e standardizzato iter terapeutico nella speranza di debellare l’infezione entro una data non così lontana.
Dunque, ho detto e voglio continuare a dire “BASTA”!
Mi piacerebbe che potesse far sentire meno sole quante più persone possibili e che stimolasse una profonda riflessione sull’importanza della comunicazione nei percorsi di cura."